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Archive for gennaio 2008

Torta all’ananas

Stasera siamo a casa di amici per cena, essendo sabato ed avendo un po’ di tempo, abbiamo deciso di preparare noi il dolce. Così ho rispolverato una ricetta che mi è stata data da zia Antonietta, la mia vicina di casa in Sardegna! Dall’aspetto sembra venuta bene… Speriamo!

Se volete provare ecco la ricetta:

Ingredienti:
  • 175 gr di burro
  • 160 gr di zucchero
  • 3 uova
  • 200 gr di farina bianca
  • 75 gr di fecola di patate
  • 1 bustina di vanillina
  • 1 bustina di lievito di birra
  • 1 pizzico di sale
  • la scorza grattugiata di un limone
  • 10 fette di ananas sciroppato
  • qualche amaretto
  • zucchero a velo

Procedimento:

Mettete in una terrina il burro in piccoli pezzi e lo zucchero e lavorate il tutto fino ad ottenere un impasto cremoso. Aggiungete le uova, amalgamate ed unite quindi la farina, la fecola ed un pizzico di sale. Quando il composto diventa omogeneo aggiungete tre fette di ananas in piccoli pezzi, la scorza del limone grattugiato, la vanillina ed il lievito.
Imburrate la teglia (sono ideali quelle antiaderenti in cui si toglie il fondo), disponete sul fondo le fette d’ananas e versateci sopra l’impasto. Cuocete in forno già caldo a 190° per circa 60 minuti.
Quando la torta si raffredda mettetela nel vassoio e guarnitela con gli amaretti ed una spolverta di zucchero a velo…

Buon appetito!

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Eccoci alla quinta puntata del mio racconto. Nella prima puntata Sabrina, cercando una cesta in solaio, ha trovato un cofanetto con il nome del bisnonno. Nella seconda puntata scopre lo scambio epistolare tra Bachisio e Vittoria, ed il loro amore tormentato. Nella terza puntata, Sabrina decide di partire per la Sardegna. Nella quarta puntata incontra un uomo.

Nel pomeriggio, decise di andare a Santa Maria Coghinas, il paese natale del nonno.
Giunta in paese entrò nella chiesa e riconobbe subito i dettagli descritti nelle lettere di Vittoria. Le sembrò di aver trovato la pista iniziale della sua ricerca.
Nella sacrestia incontrò il parroco, che le diede tutto il suo aiuto per consultare i registri e per aiutarla a risalire ai discendenti sardi della sua famiglia. Rimase lì fin quando Don Luca la chiamò perché doveva chiudere le porte.
Si ritrovò così nella piazza del paese, non c’era nessuno, restava accesa ancora solo l’insegna del bar, due uomini ne uscirono barcollando. Fu assalita dalla paura, i due la guardavano e si incamminarono nella sua direzione parlando un linguaggio a lei estraneo. Erano talmente ubriachi che correndo riuscì a seminarli, ma inciampò in una pietra. Sentì una fitta lancinante alla caviglia. Il terrore si era impadronito del suo essere e cercava di non pensare a ciò che poteva succedere, quando qualcuno la risollevò e contemporaneamente gridò frasi incomprensibili verso quei disgraziati che girarono sui tacchi sparendo per una stradina. Il suo cuore ebbe un sussulto, colui che la stringeva era lo stesso che quella mattina l’aveva messa al riparo dal rapace.
“Devo dire che lei è veramente un’incosciente!” – disse – “Uscire da sola a queste ore! Siamo in Gallura non a casa sua! Se lo ricordi la prossima volta! Non è compito mio farle da guardia del corpo!”. Le lacrime trattenute con la forza ruppero i loro argini e inondarono il viso di Sabrina, un pianto liberatore che riuscì a raddolcire l’estraneo.
Senza dire nulla la sistemò sulla sua auto e la portò in uno studio medico. “Perdoni la mia brutalità” – disse prendendo posto dietro la scrivania – “A lei può sembrare assurdo, ma qui le donne non escono da sole dopo il tramonto! Si ha paura dei banditi e gli ubriachi brulicano in questo posto ricco di vita!”. Le sue frasi erano cariche di sarcasmo e le aveva pronunciate più per se stesso che non per lei, capì che si trovava lì a malincuore e solo perché gli era stata assegnata quella sede.
Mi chiamo Matteo e sono guardia medica qui da due anni, vorrei controllare la sua caviglia, credo che si sia presa una brutta distorsione!”. Dopo un accurato controllo le diede un antidolorifico ed un antinfiammatorio. Ciononostante, quando provò a rialzarsi il dolore si fece ancora più forte. In quelle condizioni non sarebbe stata in grado di guidare, così decisero che l’avrebbe accompagnata lui alla pensione. Erano sull’uscio quando si sentirono le urla di una donna “Su dutto’, curzada fizzu meu er morinde!” (Dottore, corra mio figlio sta morendo!).

(continua)

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Trofie con la zucca

Qualche sera fa siamo stati a cena in casa di amici, in poco tempo hanno preparato una pasta semplice ma buonissima, la ricetta è tipica della città di Mantova. Ho voluto provare a rifarla ed è venuta bene. Che ne pensate?

Ingredienti:
500 gr di pasta fresca corta (trofie, fusilli, etc..)
250 gr di zucca
125 gr di philadelphia
10 amaretti
noce moscata
pepe
sale
olio extra vergine di oliva

Procedimento:
Tagliate in pezzi grandi la zucca e lessatela in abbondante acqua salata. Scolate la zucca e nella stessa acqua cuocete la pasta. Dopo aver fatto sgocciolare per bene la zucca schiacciatela con la forchetta e aggiungente quindi la philadelphia, la noce moscata, il pepe e metà degli amaretti sbriciolati. Frullate il tutto. In una padella fate scaldare un pò di olio, quindi versate la salsa e quando questa è calda aggiungete la pasta. Fatela mantecare per qualche minuto. Preparate i piatti guarnendoli con qualche amaretto ed una spolverata di noce moscata.

Il gusto dolce dell’amaretto sembrerebbe stonare con la pasta, ma il risultato è ottimo! Provare per credere!

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